1357568208_22395_pDa come parlano i teologi cattolici romani della loro tradizione i loro padri sono degni di fiducia e quindi sono arbitri della fede degli uomini. Molti quindi, nella loro ignoranza, si fanno l’idea che essi erano tutti di pari consentimento. Noi adesso dimostreremo invece che gli amati padri della chiesa romana non andavano d’accordo neppure tra loro su diverse cose (alcune di queste divergenze che citeremo si evincono dalle loro citazioni fin qui viste) e scrissero l’uno contro l’altro.

Policarpo (70 ca. – 155) affermava che la Pasqua andava celebrata il quattordicesimo giorno del mese di Nisan non importa che giorno della settimana fosse, mentre Aniceto (II sec.) vescovo di Roma affermava che la Pasqua andava celebrata la domenica più vicina al quattordici del mese di Nisan.

Foto: Policarpo di Smirne

Cipriano affermava che il battesimo degli eretici non era valido infatti disse: ‘Abbiamo decretato che il battesimo stabilito nella Chiesa cattolica deve rimanere unico. Per questo motivo noi non ribattezziamo, ma battezziamo coloro che provengono da un’acqua adultera e profana, perché costoro devono essere lavati e santificati dall’acqua vera che dona la salvezza’ (Opere di San Cipriano, Lettera 73, pag. 697), ma Agostino non era d’accordo con Cipriano sul ribattezzare gli eretici: ‘..ribattezzare un eretico il quale abbia ricevuto quel carattere di santità che è stato tramandato dalla dottrina cristiana, è indubbiamente una colpa…’ (Opere di Sant’Agostino. Le lettere 23,2: pag. 121), ed afferma che Cipriano era nel torto infatti disse: ‘Ma che Cipriano avesse avuto del battesimo un’opinione contraria alla norma e alla pratica della Chiesa, si riscontra non già nelle Scritture canoniche, ma nelle opere scritte da lui e in una sua lettera indirizzata ad un concilio’ (ibid., 93, 10;38: pag. 857), ed ancora: ‘…tra il battesimo di Cristo conferito dall’Apostolo e il battesimo di Cristo conferito da un eretico non v’è differenza di sorta poiché, per quanto grande possa essere la differenza di coloro che li amministrano, l’essenza dei Sacramenti è sempre la medesima’ (ibid., 93, 11;48: pag. 871). E con Cipriano non era d’accordo neppure Stefano (che era vescovo di Roma) il quale non voleva che gli eretici fossero ribattezzati infatti diceva: ‘Se dunque degli eretici vengono a noi, da qualsiasi setta, non si faccia alcuna innovazione, ma si segua solo la tradizione, imponendo loro le mani per riceverli a penitenza, visto che gli eretici stessi, da una setta all’altra, non battezzano affatto secondo il loro rito particolare quelli che passano alla loro parte, ma li ammettono semplicemente alla comunione’.

Foto: Stefano I

Veniamo alle discordie tra Girolamo e Agostino. Girolamo affermava che Paolo quando riprese Pietro ad Antiochia usò una bugia strategica mentre Agostino affermava che Paolo non fece uso di nessun tipo di bugia ma rimproverò giustamente Pietro per il suo comportamento infatti in una lettera a Girolamo gli dice: ‘Nel tuo Commento all’Epistola dell’apostolo Paolo ai Galati ho trovato un particolare che mi ha sconcertato assai. Se infatti nella Sacra Scrittura si ammettessero delle bugie per così dire officiose, quale autorità potrebbe essa ancora avere? (…) applicati con ardore a correggere quel tuo lavoro ed emendalo dagli errori e poi – come suol dirsi – canta la palinodia (ritrattazione)’ (ibid., 40, 3,3; 4,7: pag. 305, 309), ed in un altra ancora: ‘Ecco perché dice la verità quando dice d’essersi accorto che Pietro non procedeva rettamente secondo la verità del Vangelo e d’esserglisi perciò opposto apertamente, perché obbligava i pagani a osservare i riti giudaici’ (ibid., 82, 2,22: pag. 701). Ora, noi siamo d’accordo con Agostino nel dire che Paolo non usò una bugia strategica nel riprendere Pietro, perché Pietro sbagliò e fu da lui ripreso giustamente, perché questa è la verità. Ma come può un Cattolico romano, a cui viene detto di interpretare la Scrittura appoggiandosi al parere di questi due eminenti padri, riuscire a interpretare rettamente le parole di Paolo? Sarà impossibile perché le interpretazioni sono contrastanti! Non è questa la dimostrazione che non è cosa per nulla sicura appoggiarsi sulla guida dei cosiddetti padri per comprendere le Scritture? Un altra cosa in cui Agostino e Girolamo non si trovarono d’accordo fu sulla traduzione della Bibbia fatta da Girolamo in Latino (chiamata la Vulgata). Ad Agostino non piaceva infatti gli disse: ‘Quanti poi pensano ch’io sia geloso dei tuoi utili lavori, capiscano una buona volta (se pur sarà possibile) perché non voglio che venga letta nelle chiese la tua versione dall’ebraico: non voglio ch’essa venga introdotta come una novità contro l’autorità dei Settanta e si vengano in tal modo a turbare con un grave scandalo i fedeli Cristiani’ (ibid., 82, 5, 35; pag. 717). Va detto poi a tale proposito che il concilio di Trento si è schierato contro il suo padre Agostino in questo caso perché ha decretato: ‘Lo stesso sacrosanto sinodo, considerando, inoltre, che la chiesa di Dio potrebbe ricavare non piccola utilità, se si sapesse quale, fra tutte le edizioni latine dei libri sacri, che sono in uso, debba essere ritenuta autentica, stabilisce e dichiara che questa stessa antica edizione volgata, approvata nella chiesa dall’uso di tanti secoli, si debba ritenere come autentica nelle pubbliche letture, nelle dispute, nella predicazione e che nessuno osi o presuma respingerla con qualsiasi pretesto’ (Concilio di Trento, Sess. IV, Decreto 2). A chi deve credere dunque il Cattolico romano, ad Agostino o al concilio di Trento che hanno idee opposte sulla Volgata? Un’altra divergenza tra questi due ‘padri’ è questa. Girolamo non riteneva canonici il libro di Tobia, quello di Giuditta, dei Maccabei, della Sapienza e dell’Ecclesiastico (cfr. Girolamo, Prologo a Graziano) mentre Agostino li enumerava tra i libri canonici dell’Antico Patto (cfr. Agostino, L’istruzione cristiana, Libro II, VIII 13; pag. 89,91).

        Foto: Agostino D’Ippona

Tertulliano diceva che Maria non era rimasta vergine dopo il parto mentre Agostino e Girolamo dicevano il contrario.

Papia, Ireneo, Tertulliano, Giustino Martire e Lattanzio credevano nel regno millenario di Cristo sulla terra mentre Agostino no, perché, come abbiamo visto, lui interpretò il millennio allegoricamente. Anche Origene non credeva nel millennio, infatti lo combatté.

Ireneo diceva che le anime dei Cristiani alla morte non salgono subito in cielo perché in cielo ci andranno solo alla risurrezione dei corpi (cfr. Ireneo, Contro le eresie, Libro V, 31,1-2), mentre Tertulliano affermava che il cielo si apriva subito solo per le anime dei Cristiani morti martiri (cfr. Tertulliano,L’anima, pag. 207).

Origene e Gregorio di Nissa sostenevano che alla fine saranno salvati tutti gli uomini e il diavolo e i demoni, mentre Agostino condannava questa dottrina (cfr. Agostino, La città di Dio. Lib. XXI, cap. 17 e cap. 23).

Ireneo e Lattanzio erano contro il culto delle immagini mentre Giovanni Damasceno lo sosteneva con forza.

Epifanio era contro il culto a Maria mentre Giovanni Damasceno lo predicava con forza.

Lattanzio negava la divinità di Cristo mentre Atanasio, Agostino ed altri cosiddetti padri la difendevano.

Tertulliano, Lattanzio, Teodoreto di Ciro e Cirillo d’Alessandria affermavano che l’adulterio era causa di divorzio e permettevano un altro matrimonio; mentre Girolamo, Clemente Alessandrino, Origene e Agostino erano contro il nuovo matrimonio in caso di adulterio (cfr. Bernardo Bartmann, Teologia dogmatica, vol. III, pag. 391).

Foto: Clemente Alessandrino

Atenagora considerava le seconde nozze (dei vedovi) un adulterio (anche Tertulliano, quando diventò montanista, condannò le seconde nozze di coloro che erano rimasti vedovi), mentre Clemente Alessandrino, Origene e Agostino le difendevano.

Lattanzio era contrario al ricorrere all’uso della forza per difendere la dottrina cristiana infatti scrisse: ‘Bisogna difendere la religione non uccidendo ma morendo per essa, non con la crudeltà ma con la pazienza, non con il delitto, ma con la fede (…) Poiché se tu vuoi difendere la religione con il sangue, con i tormenti e con il dolore, questo non sarà un difenderla, ma uno sporcarla e oltraggiarla’ (Lattanzio,Epitome divinarum institutionum, Lib. V, cap. 20, nel Corpus script. eccles. latin, (nuova serie) vol. IV, Milano 1890, pag. 620; citato da Italo Mereu in Storia dell’intolleranza in Europa, Milano 1979, pag. 67); e così anche Tertulliano che affermò: ‘Tuttavia è un diritto umano ed una esigenza naturale che ciascuno veneri la Divinità di cui è convinto; le convinzioni religiose di uno non portano ad altri né danni né vantaggi. Inoltre la religione esige di per sé il rifiuto di ogni coazione in materia religiosa, la religione deve essere accettata con spontaneità e non per la violenza, dal momento che anche le vittime da offrire in sacrificio si pretende che vengano presentate con sincerità e di buon grado’ (Tertulliano, A Scapula, Roma 1980, II, 2; pag. 169). Ma Agostino di Ippona era favorevole all’uso della forza per costringere i pagani ad accettare il Vangelo e gli eretici a tornare nel seno della Chiesa, e per difendere la Chiesa contro i suoi nemici: egli ebbe ad affermare infatti: ‘Dapprima ero del parere che nessuno dovesse essere condotto per forza all’unità di Cristo, ma si dovesse agire solo con la parola, combattere con la discussione, convincere con la ragione, per evitare d’avere tra noi come finti cattolici coloro che avevamo già conosciuti tra noi come critici dichiarati. Questa mia opinione però dovette cedere di fronte a quella di coloro che mi contraddicevano non già a parole, ma che mi portavano le prove dei fatti. Mi si adduceva innanzitutto in contrario l’esempio della mia città natale che, mentre prima apparteneva interamente al partito donatista, s’era poi convertita alla Chiesa cattolica per paura delle sanzioni imperiali’ (Agostino, Le lettere, [lettera a Vincenzo], 93, 5.17; pag. 829-831; citerò altre sue parole a tale proposito in appresso).

Foto:  Tertulliano

Agostino diceva che si poteva giurare infatti affermò: ‘Il Signore, dunque, non comandò di non giurare, come cosa del tutto illecita, ma, acciocché alcuno non appetisca il giurare, come se fosse per sé stesso bene, e acciocché nessuno giuri facilmente senza necessità, e cada nello spergiurare per la consuetudine del giurare. Non dobbiamo riguardare il giuramento in sé stesso come un bene, ma come una cosa che si può adoperare per necessità e di cui dobbiamo servirci soltanto quando si vede che gli uomini sono restii a credere ciò che è loro utile credere, se non sia confermato dal giuramento’ (Agostino, Il sermone del Monte, Firenze 1928, cap. XVII; pag. 63), mentre Crisostomo insegnava apertamente che non si deve mai giurare perché il giuramento è qualcosa di malvagio: ‘Ma come, – voi direte, – che male c’è nel giurare? Certo che è male giurare, da quando regna la perfezione evangelica; ma prima non lo era’ (Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo, Roma 1966, Discorso XVII, 6; pag. 285).

Ecco alcuni dei tanti esempi di contraddizioni tra padri che si possono citare. Noi domandiamo a questo punto: Come si possono mettere le parole di questi cosiddetti padri sullo stesso livello delle parole di Cristo o degli apostoli quando essi non erano concordi tra loro? Come può essere degna di essere ascoltata come Parola di Dio una tradizione che al suo interno ha simili contraddizioni? La teologia romana fa passare i padri per custodi della tradizione apostolica, ma come si spiega che essi si scontrano l’uno con l’altro affermando da ambo i lati di rifarsi alla tradizione?

Quindi, per concludere questo discorso, il fatto che la Scrittura non si contraddice su nessun punto mentre questa cosiddetta tradizione apostolica dei cosiddetti padri si contraddice al suo interno in moltissimi punti sta a dimostrare che la Scrittura è la Parola di Dio pienamente affidabile e degna di assoluta fiducia, mentre la tradizione non è altro che un’insieme di dottrine che, all’infuori di quando sono scritturali, sono in contraddizione tra di loro e apportano confusione nella mente di coloro che le seguono. Quindi, mentre dobbiamo dire della Parola di Dio che la somma di essa è verità, della tradizione (l’insegnamento dei cosiddetti padri) dobbiamo dire che è un miscuglio di verità e di menzogna; la verità è costituita da tutte quelle affermazioni veraci di Tertulliano, di Agostino, di Ambrogio, di Girolamo, di Gregorio Magno e di tutti gli altri, la menzogna invece da tutte quelle dottrine ed affermazioni che non hanno nulla a che fare con la verità essendo solo dottrine d’uomini che voltano le spalle alla verità. La regola da seguire dunque quando si leggono gli scritti di questi cosiddetti padri – come anche gli scritti di chiunque altro – è questa: esaminare accuratamente ciò che essi hanno detto mediante le Scritture e scartare senza esitazione ciò che non ha fondamento nella Scrittura. Seguendola non ci si può smarrire dietro dottrine d’uomini.


Tratto dal libro di Giacinto Butindaro, ‘La Chiesa Cattolica Romana’ pag. 241-243